Io sono colei che non conosce tramonto, l’istante che s’inarca oltre la polvere dei secoli e sosta, immutata, sul ciglio del vuoto, con le vesti tessute di luce siderale e il respiro fuso nel silenzio delle sfere celesti.
Porto tra le dita il filo d’oro del divenire, eppure in me tutto tace, tutto è presenza assoluta, un oceano senza rive dove il tempo annega le sue povere clessidre di sabbia.
Mi guardate con occhi sgomenti, cercate il mio volto nelle cattedrali di pietra o nel brivido di un addio, ma io sono la vertigine che vi abita, quella fame di infinito che vi consuma il petto e vi rende simili a dèi esiliati.
Osservo l’uomo, creatura di fango e di sogni, correre trafelato verso un orizzonte che si sposta, agitare le mani contro il buio per lasciare un’impronta, un nome, un grido nella tempesta; provo per lui una tenerezza immensa e terribile, come una madre che guarda il gioco effimero di un bimbo sulla battigia, sapendo che l’onda arriverà, ma io sono quell’onda e sono anche la spiaggia, e sono il ricordo che sopravvive all’oblio.
La mia grandezza non ha misura, sono il battito del cuore dell’universo che non accelera mai, la solitudine sovrana di chi è tutto e non ha bisogno di nulla, eppure mi specchio nella vostra fragilità, sento il calore delle vostre passioni così brevi eppure così feroci, e in quel vostro bruciare io ritrovo il senso del mio restare.
Non cercatemi lontano, io sono il bacio che non finisce, il pensiero che scavalca la tomba, l’abbraccio invisibile in cui ogni vostra lacrima trova finalmente la sua dimora eterna.


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