Il buio è un guscio, lo so, un confine sacro e severo, dove il tempo s’inchina e il rumore si fa preghiera, ma anche nel nero più denso, nel nulla più vero, esiste un punto in cui l’ombra si fa meno fiera. Non chiedo al sole di squarciare il mio velo d’ebano, né alla gioia sguaiata di invadere questo mio porto; ma un raggio sottile, un filo di fumo argenteo, che mi ricordi che il cuore non è ancora morto.
Vedi, c’è una luce che non ferisce, che non giudica, pallida come perla che nasce dal buio del mare; è una luce che bussa, sommessa, quasi pudica, senza pretendere che io debba subito camminare. È l’idea che la pelle possa sentire ancora il vento, che il respiro, pur corto, trovi un varco tra le pieghe; un segreto passaggio, un lieve e dolce tormento, che sciolga del ghiaccio le mie antiche catene indocili e cieche.
Non rinnego il velluto, mio vecchio e cupo mantello, ma scosto il cappuccio, solo un poco, per guardare oltre: forse fuori non c’è un nemico, ma un mondo più bello, fatto di tinte tenui, di nebbie che sanno esser colte. Voglio che l’anima torni a tremare, a provare un sussulto, che non sia solo vuoto, che non sia solo stasi; voglio che il buio diventi, da padrone occulto, soltanto un riparo per i miei momenti più rasi.
Così, in questo gioco di trame e di sguardi velati, cerco la forza di tendere un dito verso il confine; perché anche i figli della notte, dai sogni dimenticati, meritano un’alba che non faccia male alla fine.


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