Il silenzio della stanza viene squarciato, un suono di passi, poi la porta si apre. Sulla soglia un uomo, un’ombra alta e ferma, che tiene per mano un frammento di vita.
La bambina si scioglie dalla sua presa, è un turbine di ricci e di vita che invade il mio letto, si getta sul mio petto, tra le lenzuola d’ospedale, e il suo grido mi trafigge come un chiodo: «Mamma! Mamma!»
Il braccialetto che stringo scotta contro la pelle. Mamma. Io sono tua mamma? Guardo quella creatura che mi affoga di baci, sento il suo odore di latte e di pioggia, ma è un profumo che non trova casa nella mia testa. Le mie mani restano sospese nell’aria, ali di uccello ferito che non sanno dove posarsi: devo accarezzarle la testa? Devo stringerla fino a sparire? O sto toccando il figlio di un’altra?
Alzo gli occhi verso l’uomo. Lui resta un passo indietro, un confine invalicabile. Non corre, non mi abbraccia, non mi salva. Mi guarda con occhi che hanno visto la fine del mondo e dice solo, con una voce che sembra cenere: «Ciao. Come stai?»
Come sto? Sto annegando in un sogno che non mi appartiene. Lo guardo e cerco un segno, una cicatrice, un riflesso, ma il suo volto è una maschera di argilla cruda. È lui che ho amato? È lui che ha diviso il mio letto? Il dubbio mi morde lo stomaco: forse questo è un incubo, un trucco crudele della mente, forse sto rubando la vita a una donna che mi somiglia.
La bambina piange contro il mio cuore, l’uomo mi osserva come si guarda un naufragio, e io resto immobile, prigioniera di un corpo estraneo, mentre il mondo mi chiama con nomi che non sento miei.


Rispondi