Apro il cassetto del comodino con dita tremanti, il metallo stride, un lamento che scava nel silenzio. Tra il freddo dei farmaci e il vuoto del nulla, lo trovo: un cerchio sottile, un filo di metallo che brilla di una luce che non riconosco, ma che mi brucia gli occhi.
È un braccialetto piccolo, minuscolo, fatto per un polso che non è il mio. Un piccolo cuore d’argento pende come un peso insostenibile, un ciondolo che batte un ritmo che la mia mente ha perso.
Lo stringo al petto, forte, fino a sentirlo affondare nella carne, fino a farmi male, perché questo dolore è l’unica traccia. Non so di chi sia, non so quale braccino abbia avvolto, ma sento un amore atroce, un incendio che mi divora le viscere. È un amore che non ha nome, un amore senza volto, una nostalgia violenta per qualcuno che ho perduto nel buio.
E le lacrime arrivano, amare come il fiele, mentre il mio respiro si spezza contro questo metallo freddo. Di chi era questo cuore? È il battito che ho portato dentro di me? È la prova che sono madre, o solo il resto di un naufragio? Perché lo amo così tanto se non so chi l’ha indossato?
Sono qui, con un tesoro rubato alla mia stessa vita, mentre le domande mi artigliano la gola: Chi mi sta cercando? Chi piange per il mio silenzio? Questo braccialetto è un ponte o è un’ancora che mi trascina a fondo? Non so chi sono, ma so che questo pezzo di ferro è tutto ciò che resta dell’anima che mi hanno strappato.


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