Il bianco dei muri è un urlo muto, una scatola di gesso che mi tiene prigioniera. Ho i polsi segnati dal blu dei lividi, ma è dentro che sento lo strappo, un buco nero dove prima c’era un nome.
Chi sono? Cerca, la mente, ma inciampa nel vuoto. Sono stata il grembo di qualcuno? Forse sento un peso fantasma sulle gambe, il ricordo di un figlio che non ha volto, o il calore di una mano che chiamavo “marito”. Eppure, tutto è cenere.
Potrei aver scritto libri, o pulito vetri, potrei aver comandato città o servito il pane. Le mie dita cercano una memoria nei calli, ma la pelle è liscia, estranea, come un vestito preso in prestito da una defunta.
Fuori dalla finestra il mondo accade, ma io non so da quale direzione sono venuta. C’è un padre che mi aspetta in qualche viale? Una madre che prega davanti a una porta chiusa? O sono nata adesso, tra queste lenzuola rigide, senza passato, senza radici, un’ombra che respira senza sapere il perché.
Il dolore nelle ossa è l’unica verità, ma non ha voce, non ha storia. Sono un libro dalle pagine strappate, una donna senza volto in una stanza di luce, che annega nel silenzio di tutto ciò che ha dimenticato.


Rispondi