Signora Rabbia

Sono il marmo che si spacca e rivela il fuoco, non cercarmi nel pianto, io non abito il fango. Vesto il rosso del vespro e il peso del comando, e il mio passo è un rintocco che non chiede gioco.

Non entro nelle stanze: io le rivendico, spazzo via il sussurro con un solo sguardo, sono l’arco teso e il volo del dardo, mentre il vostro silenzio ai miei piedi dimentico.

La mia voce non grida, ma scava la terra, è un ordine antico, una legge suprema, chi mi crede fragile, ora trema e s’attrema, perché io sono il campo e il fumo della guerra.

Sento il petto espandersi, corona di fiamma, è un piacere feroce che mi morde le vene, ho spezzato i legami, ho fuso le catene, e il mio sdegno è una luce che il mondo infiamma.

Non chiamatemi folle se occupo la Storia, se il mio mento è alto sopra le vostre rovine; non cerco il perdono, non vedo il confine, sono la Dea che sorge nella sua stessa gloria.

Se il mio calore ti scotta, resta lontano: questo tempio arde di una bellezza sovrana. Non sono una donna che si placa o si imbandisce, sono la fiamma viva che, restando, punisce.

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