Posa la tua fronte stanca contro il mio petto d’aurora, o mio dolce, tormentato ragazzo. Sento il tuo polso battere rapido, un tamburo impazzito che cerca di consumare l’universo in un solo respiro, mentre io resto qui, immobile come l’abisso, a sorreggere il peso della tua fretta.
«Perché tremi, mio giovane Tempo? Perché cerchi di scivolare via tra le mie dita come acqua ghiacciata, quando potresti restare qui, nell’abbraccio che non conosce tramonto?»
E tu mi guardi, con quegli occhi che hanno il colore delle stagioni che muoiono, e mi rispondi col tuo soffio leggero: «Mia signora, mia sposa senza fine, io tremo perché ogni mio istante è un dono che scade. Ti amo perché sei il porto dove non arrivo mai, ma devo correre, devo invecchiare i fiori e consumare i regni, perché è solo nel mio svanire che la bellezza diventa preziosa.»
Io ti stringo più forte, sentendo il calore della tua pelle che muta, così diversa dalla mia carne fatta di luce perenne. Mi chiedi, con voce fanciullesca e antica insieme: «Non ti annoi tu, che possiedi ogni domani, della mia piccolezza che muore a ogni rintocco?»
Io sorrido, e il mio sorriso sposta le galassie: «Creatura mia fragile e fiera, la mia immensità sarebbe un deserto muto senza il tuo grido. Io sono lo spartito, ma tu sei la musica; io sono la tela, ma tu sei il colore che brucia e si disperde. Il mio cuore è un oceano che non si muove, ma ogni tua onda, anche la più breve, è ciò che mi fa sentire viva. Non temere la tua fine, amore mio, perché ogni secondo che perdi cade dentro di me e diventa eterno.»
Restiamo così, sospesi sul ciglio del nulla: lui che insegue l’attimo, io che lo custodisco per sempre. Un bacio che è una promessa di addio e, al tempo stesso, la certezza che non ci lasceremo mai, perché il Tempo non è che il respiro affannoso dell’Eternità innamorata.


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