Il tempo si è fermato tra le pareti bianche, il peso della bambina è un macigno d’amore che non so come portare. Sollevo lo sguardo verso l’uomo, le labbra mi tremano, mentre il braccialetto nel pugno sembra gridare la sua verità.
«Io… come mi chiamo?» la mia voce è un soffio di polvere. «Chi siete voi? Perché siete in questa stanza?»
Lui fa un passo, solo uno, ma il mondo intero sembra tremare. «Tu ti chiami Nicoletta,» dice, e il nome cade nel vuoto come una pietra. «E noi siamo la tua famiglia. Lei è tua figlia Giada, e io… io sono tuo marito, Nicola. Ti ricordi qualcosa, amore?»
Nicoletta. Giada. Nicola. Suoni che dovrebbero essere sangue e respiro, e invece sono solo sillabe straniere, gusci vuoti. Mi ritraggo, mi schiaccio contro la testata di ferro del letto, allontanandomi da quel calore che mi scotta. «Ho paura,» grido nel silenzio, «io non ricordo niente! Voi siete estranei, siete ombre che mi rubano l’anima!»
Ma Nicola non indietreggia davanti al mio terrore. Si siede sul bordo del materasso con una lentezza infinita, mentre la piccola Giada mi guarda con gli occhi sgranati, due pozzi di luce rigati dal sale delle lacrime. Lui allunga una mano, sfiora con una tenerezza che strazia i ricci della bimba, poi cerca la mia mano, quella che trema.
La prende con cura, come se fossi fatta di vetro sottile, e guida le mie dita verso il viso della piccola. «Accarezzala, Nicoletta. Accarezza la nostra bambina.»
Le mie dita toccano la pelle umida di Giada, il velluto delle sue guance bagnate dal pianto. Sotto i miei polpastrelli sento il fremito della sua vita, mentre lei mi fissa, muta, aspettando un miracolo. È un contatto elettrico, un ponte gettato sull’abisso: non ricordo il suo nome, non ricordo il suo primo passo, ma sotto quella carezza forzata, sento il ghiaccio del mio petto che inizia, spaventosamente, a incrinarsi.


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