Giro la chiave, un altro giorno è finito, ma il rumore del mondo mi è rimasto nelle ossa.
Appoggio la borsa, pesa come un macigno, mi siedo al tavolo e non riesco a guardarti.
Le luci della cucina sono troppo forti, il silenzio dei ragazzi che dormono mi scava dentro una colpa che non so spiegare.
Sento i tuoi passi, non dici niente, mi metti le mani sulle spalle e il calore delle tue dita è la scossa che mi spezza.
Mi prendi tra le braccia, dolcemente, come si tiene una cosa fragile che sta per andare in frantumi.
E allora crollo.
Scoppio a piangere, un pianto che sa di polvere, di scadenze, di rabbia, di tutta quella fatica di voler essere ovunque senza essere mai da nessuna parte.
Affondo il viso nel tuo petto e ti parlo con la voce rotta, disperata, ti chiedo scusa se sono di pietra, se rispondo male, se non vedo quanto fai.
“Aiutami,” ti sussurro, mentre le lacrime bagnano la tua camicia, “aiutami a tornare me stessa, aiutami a uscire da questo cerchio dove corro e non arrivo mai. Non lasciarmi in questo corto circuito, ti prego, non stancarti della mia rabbia, non stancarti di questa donna stanca che non riconosce più la ragazza che hai sposato. Prendimi i pensieri, portali via tu, perché io non ce la faccio più a tenere tutto in piedi e a restare viva.”
Ti stringo forte, come se tu fossi l’unica ancora in un mare che mi sta mangiando, perché ho paura, ho un bisogno immenso di te, del tuo amore che mi salva anche quando io non so come salvarmi.


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