Il sole se n’è andato, re deposto, lasciando al cielo un trono di rubino.
Sui campi l’ultimo riverbero è posato, mentre un profumo dolce e inebriante si leva dal giardino: glicine esausto, rose arrossate dal calore, e l’erba appena falciata, un verde odore che si confonde, un presagio latente.
L’aria si fa greve, si fa scura, un respiro umido di terra che ha sete.
Le rondini, frementi di paura, tagliano il cielo basso in mille saette. E in lontananza, un lampo silenzioso dipinge il nero di un fulgore inatteso, mentre un tuono, roco e maestoso, scuote il cuore, lo lascia sospeso.
Dalle finestre aperte, luci accese, si sentono le voci delle famiglie raccontare la giornata, le intese, e un profumo di cena che avvolge le strade. Spezzati dai lampi, rossi e veloci, i suoni si perdono, i sussurri, le voci. Un’attesa che non è ansia, ma quiete, sulla pelle il primo brivido d’acqua.
Una goccia, poi un’altra, scendono lente,
un pianto che rinfresca la terra ardente.
E guardo il cielo, una tela che si muta,
dalle sfumature delicate, all’oscurità più profonda,
mentre il vento porta un canto di foglie,
un saluto alla sera che s’è fatta muta,
un abbraccio alla solitudine che torna,
in quest’estate che non finisce mai.


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