Katya sentì il peso di quell’odio civile salirle alla gola, ogni sguardo della moglie era un sasso, ogni silenzio una parola. Non era la guerra dei cannoni, ma quella dei cuori spezzati, e lei non aveva più scudi per difendersi dai giorni passati. Vide Thomas perso in lei, con quegli occhi di cane fedele e ferito, e capì che restare sarebbe stato un atto crudele, proibito.
La moglie la trafiggeva con una stizza che bruciava l’aria, mentre Katya si sentiva nuda, un’intrusa, una straniera solitaria. “Non appartengo a questo tavolo, non appartengo a questo sole,” pensò, mentre la borsa le scivolava dalle mani senza parole.
Si alzò d’improvviso, facendo stridere la sedia sul pavimento, un suono secco che ruppe quel fragile e amaro incantesimo. “Perdonatemi,” disse soltanto, con la voce che le moriva in bocca, mentre il dolore la scuoteva come un’onda che la riva tocca.
Thomas tese la mano, un gesto istintivo, un richiamo disperato, ma il braccio rimase sospeso, a metà tra il presente e il passato. Katya si voltò e corse fuori, verso il fragore della strada, scappando da quell’amore che era diventato una spada. Corse tra la folla di New York, col cuore che le scoppiava nel petto, lasciando dietro di sé il caffè intatto e ogni desiderio negato.
Thomas rimase lì, a guardare la porta che ancora oscillava, mentre la moglie, con le labbra strette, finalmente respirava. Ma era un respiro amaro, perché sentiva che l’anima di lui era fuggita via insieme a Katya, nei vicoli scuri e bui. Lui non disse nulla, ma una lacrima gli rigò il volto impietrito, un pianto muto per un amore che era tornato e poi di nuovo sparito.


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