Sentivo il peso di un cielo troppo stretto, un’armatura di vetro fatta di sguardi altrui. Cercavo l’amore, sì, ma lo cercavo altrove, tra i riflessi biondi di un’idea che non era mia, negli stereotipi cuciti addosso da mani antiche che dicevano: “Ecco, questo è il tuo cammino”.
Mi chiedevo perché il cuore battesse fuori tempo, perché quella forma di donna, tanto decantata, mi restasse muta come un libro in lingua straniera. Credevo di essere io l’errore, la nota stonata, un segreto da seppellire sotto strati di silenzio fino a desiderare che quel silenzio diventasse eterno.
“Meglio farla finita”, pensavo, piuttosto che deludere il mondo, piuttosto che vedere il disgusto negli occhi di chi amo. Perché il mondo non capisce? Perché deve dare un nome, un confine, un recinto a questo fuoco che divampa senza chiedere il permesso?
Poi, in un istante che non aveva tempo, una mano ha sfiorato la mia. Non era la carne di un’idea, ma la pelle di un uomo. In quel tocco leggero, come una piuma che cade, ho sentito un soffio primordiale, forse Dio, forse la vita stessa che mi gridava: “Vai avanti”.
E ho capito che l’amore non ha genere, non ha etichette scritte col gesso sulle lavagne del pregiudizio. È solo un respiro che trova il suo ritmo, due anime che si riconoscono nel buio. Non c’è vergogna nel calore di una mano forte, non c’è colpa nel volere un viso simile al mio.
Oggi non mi nascondo più dietro l’ombra di ciò che dovrei essere. Sono io, finalmente, con i miei dubbi che si sono fatti ali. Accetto ciò che sono, senza dare nomi, perché l’amore, quando è vero, non ha bisogno di spiegazioni. È solo luce che entra, e finalmente respiro.


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