In una stanza dove l’ombra è più discreta,
L’aria si fa velo, l’attesa si fa quieta.
Un letto è un’isola, e due mani un ancoraggio,
Lui, uomo d’autunno, tiene quel coraggio.
Lei, un respiro lieve, un fragile cristallo,
Lo sguardo ancora azzurro, come fosse un intervallo
Tra il tempo che si spegne e l’eterno che le chiede
Di lasciare la presa, di sciogliere le fedi.
Lui la guarda, e il mondo intero si fa muto,
Vede il suo domani, un cielo disperduto.
Si conoscono bambini, un gioco, un primo affetto,
Una vita intera chiusa in quel perfetto letto.
Lavorato, amato, la semina dei giorni,
I figli cresciuti, i felici ritorni.
Perché ora il taglio? Il perché che brucia in gola,
La lacrima che scende, lenta, senza spola.
Non sono sue, quelle gocce, pesanti sul lenzuolo,
Sono lacrime di Dio, un amaro ruscello solo.
Lui non le accetta, un rifiuto senza nome,
Vuol fermare il fiume, proteggere il suo amore.
Le accarezza i capelli, la fronte ormai leggera,
E dice una bugia, un’ultima preghiera:
“Vedrai, passerà, amore, è solo un momento,
Una stanchezza antica, un flebile tormento.”
Ma entrambi sanno, nel silenzio che li stringe,
Che il filo si è assottigliato, e nulla più lo tinge.
Lei solleva la mano, con l’ultima sua forza,
Gli accarezza la guancia, vince ogni scorza.
E un sussurro come un vento, dolce, piano piano,
Scioglie l’ultima nebbia, indicando il lontano:
“Ti amerò sempre, amore, sii forte, io ti aspetto.“
E quelle mani, strette in un sacro dispetto
Alla morte che ruba, all’ombra che s’avanza,
Non si scioglieranno mai, in quella stanza.
Sono un unico nodo, d’oro e fedeltà,
Un ponte d’amore che l’eternità non spezzerà.


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