Non lo vedi, il mio occhio, dietro il fondotinta spesso. Non senti il tremore che la mano trattiene mentre taglio il pane. Sono la regina delle facciate, un sorriso cucito stretto, un nodo in gola che finge di essere solo un raffreddore di stagione.
Loro, i miei figli, giocano. Ridono. La casa è calda, sa di lavanda e minestra. E io sono qui, la vestale di questo focolare avvelenato, a nascondere il viola sulla pelle, il vuoto nell’anima.
Perché difendo queste mura, dimmi? Perché spazzo via le briciole di un pasto sereno, mentre l’eco del pugno è ancora fresco, un’aria gelida che non scompare? È la vergogna, credo. Una colpa muta.
Mi guardo nello specchio rotto dopo che lui è uscito. Non è il livido che fa male, non più. È la domanda che brucia: Perché? Perché non scappi? Perché l’amore ha questa forma di artiglio?
Vorrei urlare al mondo, spaccare questa vetrina di vita perfetta. Gridare i nomi degli spettri, del mostro che dorme nel letto accanto, di quanto è bastardo, vile, piccolo. Eppure, la mia voce resta qui, prigioniera, un sussurro strozzato.
Mi sento sbagliata. Deforme. Come se la violenza fosse una conseguenza logica del mio fallimento. Non sono abbastanza. Non ho fatto abbastanza. E l’umiliazione mi rende piccola, mi toglie l’aria per respirare la reazione.
Guardo te, mia bambina, i tuoi riccioli dorati sul cuscino. Tu, la mia ragione, il mio futuro non ancora segnato. E qui, nel silenzio della notte, faccio un giuramento che non infrangerò.
Io insegnerò a te la forza che a me è mancata. Ti farò vedere la differenza tra l’amore e la catena. Tu, figlia mia, saprai che il tuo corpo è un tempio e la tua dignità è sacra. Non piegherai la testa. Non negozierai mai il tuo valore per la pace apparente. Tu non avrai vergogna. Tu non avrai paura. Tu sarai il grido che io non ho osato lanciare.
E quando questo tempo sarà finito, forse, solo allora, potrò guardarmi di nuovo e vedermi intera. Ma tu, tu sarai la prova che da queste ceneri, nasce un fuoco indomabile.


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