Le rovine sono la mia mappa, il deserto il mio unico orizzonte.
Sotto il sole che picchia, la polvere mi riempie i polmoni.
La mimetica mi brucia, un sudario che non ho scelto.
Non sono un eroe. Sono solo un ragazzo con un fucile.
Passo tra muri sbriciolati, fantasmi di case che un tempo
forse profumavano di pane e gelsomino.
Il mio elmetto è pesante, mi schiaccia la testa,
e il fucile che stringo è l’unica certezza, la mia unica fedele amica.
Sento un rumore, un fruscio dietro un muro crepato.
Il cuore mi sale in gola, un tamburo impazzito.
Mi apposto, la canna del fucile tesa, pronta a colpire.
Ma non è il nemico, non è la morte che ho davanti.
È un bambino, con gli occhi spalancati, pieni di lacrime.
Le mani piccole alzate, arrendevolezza senza consapevolezza.
Il mio dito sul grilletto si blocca, un blocco improvviso.
Non è un nemico. È un bambino.
Abbasso l’arma, una preghiera muta, un silenzio di sollievo.
Mi avvicino piano, la voce che mi esce tremante:
“Non aver paura,” dico. “Non aver paura.”
La sua mano piccola si stringe alla mia, un legame inatteso.
E in quell’attimo, di pace rubata, di umanità ritrovata,
un bruciore improvviso, un lampo accecante.
Il dolore mi perfora il collo, un buio che mi inghiotte.
Le ultime immagini sono le sue, i suoi occhi che si allontanano.
E in quel silenzio finale, nel nulla che mi avvolge,
spero che lui corra lontano.


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