Il buio era la mia casa, un abbraccio di seta e acqua calda dove ero tutto e non ero niente. Ero un battito costante, un tamburo gentile che rispondeva a un altro ritmo, senza conoscere il freddo o il vuoto. Vivevo nel suono ovattato del cuore che mi ospitava, nutrito dal sapore dolce di un mondo fluido, mentre la mia pelle non conosceva altro che la pressione rassicurante di pareti morbide e il mio olfatto riposava nell’essenza intima di quel nido perfetto.
Poi, improvviso, il paradiso si è stretto. Una forza inesorabile ha cominciato a spingermi, trasformando la mia culla in un tunnel di fatica e promesse. Sentivo il coraggio di chi mi teneva dentro, il battito che accelerava come un incitamento, finché non sono scivolato oltre la soglia, dove l’aria mi ha colpito come un bacio gelato. È stata una carezza ruvida che mi ha tolto il fiato, costringendo i miei polmoni a riempirsi per la prima volta con un suono nuovo, un grido che era la mia voce lanciata nel vuoto.
In quel momento il mondo ha smesso di essere liquido: il freddo ha morso la mia pelle nuda e l’aria ha portato un sapore amaro e pungente, così diverso dalla dolcezza a cui ero abituato. Ma mentre cercavo di capire quello spazio infinito senza confini, una luce vivida e accecante ha squarciato il velo dei miei occhi, rivelando forme confuse e colori che il mio cuore aveva solo osato sognare.
Proprio quando la paura del vuoto stava per prendermi, sono stato sollevato e posato su una superficie calda e viva. Il tocco di quelle dita ha calmato ogni mio tremore, mentre un odore di latte e di casa ha invaso le mie narici, guidandomi verso la pace. Ho socchiuso gli occhi, abbagliato dalla bellezza di un volto che si specchiava nel mio, e ho ascoltato quella voce melodiosa che mi chiamava per nome. In quel calore, assaggiando le prime gocce dolci della vita, ho capito che il tamburo che amavo non si era fermato: era solo passato dall’altra parte per guidarmi in questo immenso, nuovo viaggio.


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