Siamo corpi ammassati, sale e paura sotto un cielo che non conosce più cura. Giorni senza nome, notti di sussurri, Il mare un sudario, non placido rifugio. Tu, mio fratello, spalla contro la mia, L’unico faro in questa barbarie mia. Il fetore di morte, il pianto strozzato, ma i nostri occhi ancora sanno dirci: “Salvato.”
“Non molliamo, lo sai, ce l’abbiamo quasi fatta,” mi hai detto stamane, la voce disfatta.
Poi il mare s’è alzato, un mostro di schiuma, un muro d’acciaio che rompe ogni bruma. Un boato assordante, un colpo tremendo, la zattera geme, il mio cuore sta uscendo. Un istante, un vuoto – e tu sei là fuori, nella notte gelida, tra i ciechi bagliori.
La tua mano! La tua presa disperata, Il nostro legame, la sola cosa intatta. Le dita annodate, pelle contro pelle, L’ultima prova che non siamo più fardelli. “Tieniti! Ti prego! Non ti lascio, resisti!” Gridavo al vento che copriva gli abissi. I nostri corpi a penzolare, un unico cuore, sullo scafo che balla, traditore.
La corrente è una bestia, ci tira, ci strazia, l’amico ti spinge, la tua forza s’ammassa. Ma ogni metro guadagnato, è un metro rubato, Il legno bagnato, il gommone è lanciato. Sento la presa che cede, il tremore, il ghiaccio, No! Questa mano non può, non deve lasciare spazio! La carne si allenta, il contatto si spezza, un lamento muto in quest’orrenda ebbrezza.
Ho visto il tuo viso, un attimo solo, gli occhi di un figlio che perde il suo suolo. E poi il buio, il risucchio, il fragore salato, e un urlo di nome che ho invano gridato.
“No! NOOOO!” Il mio pugno sul fianco della fragile prua, mentre il mare si prende ciò che è stato mio, tua. E ora il mio petto è un sepolcro gelato, Lui è andato, e io, Fratello, sono rimasto. Vivo, ma spezzato. L’amicizia più vera, affogata in un’onda, senza primavera.


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